13.04.07

Cronache Imperiali. Hillary conversa.

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Di Maria Luisa Rossi Hawkins, da New York
E’ il tardo pomeriggio quando Hillary Clinton entra nel salotto newyorkese di una anziana donna d’affari americana, i suoi ammiratori sono tutti già lì ad aspettarla. Per 5.000 dollari hanno il diritto a un caffè e una breve conversazione con lei in uno degli appartamenti più belli di Manhattan. Hillary, pur avendolo già visitato decine di volte, ostenta la sua meraviglia davanti alla padrona di casa che da anni finanzia il partito democratico. La conversazione è pacata, tanti convenevoli, pochi progetti, molte rassicurazioni, chiunque sia lì è per ricordare al senatore di essere un serio finanziatore che un giorno saprà farsi ricordare  qualora Hillary diventasse presidente.
Questo copione si ripete ormai da anni in decine di località degli Stati Uniti, a cocktails, cene, gala, conferenze e concerti ed oggi, forte dei suoi 26 milioni di dollari raccolti  nei primi tre mesi di quest’anno, Hillary Clinton svetta sulle copertine dei settimanali americani per aver raccolto più fondi di qualsiasi altro candidato americano  confermando la vittoria del “politics as usual?, cioè del vecchio modo di fare politica in un partito, quello democratico, ancora incapace di inporsi al paese con una agenda convincente a soli sei mesi dalle primarie.
Ha percorso gli Stati Uniti in lungo e in largo Hillary, sorseggiando caffè e telefonando alle persone giuste, stringendo milioni di mani ma, nonostante il conto in banca, nel suo quartier generale, qui a Washington, oggi si ride  poco  perché, seppur sfacciatamente ricca, il Senatore è a corto dell’unico capitale necessario per vincere le primarie: le idee. Ecco perché Hillary ha scelto recentemente di moltiplicare la scena salottiera newyorkese attraverso tutti i computer d’America. Compare all’improvviso con un pop up a chiunque stia pacificamente navigando la rete e, sorridendoti garbatamente ti invita ad iniziare una  “conversation?.
L’arte della conversazione rimane il simbolo di un mutuo desiderio di scambio fra persone che hanno qualcosa da dirsi e decidono di comunicare, ecco perché la volontà unilaterale di sentire l’opinone altrui sa più di sondaggio  che di uno scambio spontaneo.  E Hillary Clinton di sondaggi se ne intende. Per otto anni Bill Clinton ha fatto dei sondaggi il suo punto di riferimento, seguendo i consigli del suo stratega Dick Morris, il cui cinismo gli ha consegnato la casa Bianca per ben due volte. Ma oggi che i sondaggi non bastano, la vecchia macchina dei Clinton è in movimento e non può più fermarsi.
È un marchingegno perfetto  che procede da 8 anni, e che ha un vantaggio su tutti i concorrenti, quello di avere due locomotive - Hillary e Bill. Infatti mentre gli altri candidati presidenziali marciano soli, i Clinton si dividono a scacchiera il territorio americano e quando ne vedi uno pensi subito all’altro. Una conferenza  presieduta da Bill, in Florida, sulla fame nel mondo evoca la presenza di sua moglie, dislocata magari nell’Iowa, fra i contadini del Mid West ingrassati dai sussidi. Un pacchetto degno della più geniale operazione pubblicitaria  ma, nonostante il marketing, il prodotto non c’è. Il timing di questa coppia è tutto sbagliato, il tono della loro campagna è nostalgico, di un tempo che non  tornerà più. L’America  non è più quella del ‘92,  è stata cambiata dall’undici settembre, dalla rivoluzione informatica, da una guerra, quella in Iraq, onnipresente e che suscita ambivalenza negli americani, che la criticano ma la vogliono portare a termine,  vincendola.
Così  mentre le sue idee stentano ad arrivare, il quartier generale di Hillary Clinton accende freneticamente piccole “conversazioni? virtuali in tutta l’America alla ricerca di una miccia che possa accendere la sua campagna elettorale.  Ma se il suo nome solo 16 anni fa suscitava  curiosità ed entusiasmo, oggi evoca un passato legato ai vecchi schemi della politica del compromesso, che accetta doni dalle grosse corporazioni, che corteggia una Hollywood che non la cerca più, che si appoggia  ai sondaggi che oggi chiama “conversazioni’. Ricicla un messaggio che  rimane sempre  quello, declamato dal pulpito presidenziale dal padre della retorica democratica, di “non chiedere al paese cosa può fare per te, ma cosa puoi fare tu per il paese? . A 45 anni di distanza Hillary declina questa logica kennediana a suo vantaggio, invitando il paese a fare qualcosa per lei. Questa volta, conversando.

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