26.04.07

Cronache Imperiali. Madame Bill Clinton

Tutte le notizie, Polemiche, Cronache Imperiali

Di Maria Luisa Rossi Hawkins, da New York

Quando Clinton terminò il suo ultimo mandato presidenziale fummo tristi in tanti. “The fun is over?, il divertimento è finito, si diceva nelle sale stampa di mezzo mondo pervase da un’atmosfera di rammarico per il bel tempo che fu. Il Presidente era idolatrato dalla stampa perché le dava sempre un gran da fare ma negli ultimi tempi il suo indice di gradimento era scivolato in basso mentre affioravano sempre più chiare le sue doti di populista usurpatore di buoni propositi, di imbonitore politico nonché di cinico buonista. E’ stato un mediocre presidente, Clinton, ma un ottimo promotore della società per azioni Clinton&Clinton, un’azienda che ha prosciugato di talenti, di progetti e di fondi il partito democratico americano e lo ha lasciato alla deriva per anni. Con l’intervista in esclusiva a Larry King, suo amico, anzi amico del suo amico Eason Jordan, ex direttore della CNN (al quale il Presidente chiese lavoro per Monica Lewisnky), l’ex presidente è rientrato ufficialmente in pista, riproponendosi non solo come marito del candidato presidente ma come guest-star e forse collaboratore di un possibile nuovo presidente Clinton, Hillary. Così l’uomo che ha ridefinito il concetto di compromesso per il bene della (sua) stabilità politica e ci ha regalato l’eredità del politically-correctness, quell’ ipocrisia fabbricata alla White House e diffusasi in tutte le aree della società, è tornato in TV. Lo ha fatto come al solito, emanando quel paternalismo populista che ora, dopo tanti anni, fa più tristezza che rabbia. E ancora una volta ha recitato se stesso. Il momento clou è stato quando King gli ha chiesto di prendere una volta per tutte posizione sulla diffusione delle armi in questo paese. Il momento era perfetto, l’occasione imperdibile e chiunque fosse alla ricerca di responsabilità e di leadership ne avrebbe approfittato. Ma l’argomento  è scomodo e difficile e molto complesso, qui circolano 300 milioni di armi e il diritto all’autodifesa è inalienabilie, imprescindibile. E Bill Clinton, fedele a stesso, non era certo pronto a metterlo lontanamente in  discussione davanti ad un pubblico del Mid West, armato e determinante per il voto di Novembre. Si è salvato dall’impasse, sì, ma ha perso una grande occasione schivando la domanda che avrebbe potuto proiettare questa campagna elettorale americana in un’altra dimensione, costringendo anche gli altri candidati ad uscire dall’equivoco. Perché del resto dovrebbe cercare di cambiare la storia oggi proprio lui che, in otto anni di presidenza, non ha lasciato nessuna eredità di peso se non il seggio senatoriale della moglie? Ha tradito la promessa della copertura sanitaria universale, quella di conferire dignità agli omosessuali nell’esercito, ha assecondato i cicli normali di salita, discesa e di ripresa dell’economia, la sua  politica estera è stata segnata dagli eccidi del Ruanda e dal fallimento in Somalia, i suoi tentativi in Medio Oriente si sono rivelati subito inefficaci, il dramma del Kosovo l’ha risolto solo col  sostegno della NATO, e intanto Bin Laden rafforzava indisturbato la sua rete terroristica. Per vincere le elezioni, ci ha insegnato l’ormai canuto presidente, la storia va assecondata, non presa di petto, proprio come ha sempre fatto lui con l’opinione pubblica. Povera Hillary, chissà se è più umiliante stare a fianco di una simpatica canaglia bugiarda e traditrice per tanti anni o dover ricorrere a lui per puntare alla carica più importante, ambita e rispettata al mondo. In ambedue i casi ricorrendo all’ausilio del marito nelle situazioni difficili, come nella più retriva della tradizioni maschiliste, Hillary non ha fatto un bel servizio né a se stessa né alla causa delle donne di cui si fa promotrice e davanti alle quali batte regolarmente cassa per promuovere la sua ascesa. Un triste spettacolo, quello di un Bill che non sa fare la moglie e non riesce a  fare il marito.

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