di Maria Luisa Rossi Hawkins, da New York
Ci sono voluti 200 anni prima che una Nazione che ha basato da sempre le sue fondamenta sul principio della meritocrazia pensasse ad una legge sull’immigrazione ispirata allo stesso concetto. Una legge che premiasse, con la prospettiva della cittadinanza, non solo chi ha il coraggio di varcare un confine americano lasciandosi terra bruciata alle spalle, ma chi ha perseguito legalmente una professione, un sogno, un proprio progetto di vita, anche fuori dagli Stati Uniti. Il progetto bipartisan di immigrazione che oggi è al vaglio del Senato degli Stati Uniti è un piano unico, ambizioso e complesso che sta sollevando polemiche sia da parte dei Repubblicani più conservatori, che chiedono di bloccare l’immigrazione clandestina tout court, che dei Democratici, che giudicano questa legge troppo punitiva per i più diseredati, che sarebbero così costretti a ‘meritare’ il diritto a rimanere nel paese, pena una multa salata e forse la deportazione.
Questa legge, frutto di un compromesso doloroso per entrambe le parti, seppur dibatutta e controversa, è il tentativo più ambizioso in 41 anni di sanare una emergenza che rischia di paralizzare interi stati degli Stati Uniti, come New Mexico, California e Arizona, dove l’immigrazione clandestina ha un costo sociale e di ordine pubblico ormai insostenibile. Entrare negli Stati Uniti era fino ad ora sostanzialmente legato alla fortuna, al caso, e alla circonvenzione più o meno astuta della legge. Un metodo che spesso premiava solo un certo tipo di immigrato, disposto a tutto perché’ privo di tutto. Questo ha creato nel tempo un bacino di persone che vengono utilizzate ma non assorbite dall’economia del paese, costrette ad una vita di clandestinità e spesso destinate allo sfruttamento. Il nuovo compromesso legislativo, oltre a imporre nuovi controlli severissimi su tutti i confini del paese, si prefigge di regolarizzare entro i prossimi 18 mesi i 12 milioni di clandestini nel paese, introduce un programa di lavoro temporaneo per 400.000 lavoratori l’anno e adotta misure particolari per i lavoratori agricoli. Questa proposta di legge , scardina così il concetto assistenzialista dell’immigrazione del passato e introduce formalmente il principio della meritocrazia così caro ai padri fondatori, determinati a premiare sforzo ambizione e capacità nel conseguimento di qualsiasi meta. Con questa proposta di legge, che spiana la strada a chi è in grado di mostrare credenziali professionali utili al paese, l’immigrato smette di essere un postulante in cerca di fortuna e diventa un individuo chiamato a partecipare a tutti gli effetti, con dignità, all’evoluzione della società americana. Chi decide di cambiare vita e venire in America e ha le carte in regola per farlo, avrà la meglio su chi senza arte ne parte si intrufola nel paese da cui, con questa legge, verrebbe subito rimpatriato. È praticamente un modello di immigrazione ‘a punti”, guadagnati sulla base delle qualificazioni personali accumulate nel tempo. Come tutti i compromessi non si tratta di un modello perfetto ed apre ad una infinità di considerazioni sul futuro dell’America. È comunque un modello che per la prima volta in due generazioni si pone davanti ad un problema gigantesco e tenta di risolverlo in prospettiva in base a un principio in vigore da oltre duecento anni, comune da sempre ad entrambi gli schieramenti politici, determinati “to give credit where credit is due”, cioè a dare credito e crediti a chi se lo merita.





































































Giorgio
Diritti e doveri.
Non solo diritti, come qua.
Ciao Maria Luisa.
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